Love is in the hair – come liberarsi di un metro di capelli e (far) vivere felici.

 

Ho iniziato, cancellato, riscritto e ripensato questo post tantissime volte.

Ogni volta mi veniva fuori una cosa un po’ pietistica, tipo Josephine March che vende i capelli a beneficio del padre ferito in guerra, che poi era proprio il tono che NON volevo dare a questa storia.

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Quindi non mi resta che tenerla sul semplice, che è meglio:

Da grande bulbo* derivano grandi responsabilità

(il copyright di questo aforisma è di Fra Cuoricino, un’amica che possiede la dote rarissima dell’ironia saggia)

Fra Cuoricino me lo disse nel tentativo di convincermi a non tagliare i capelli, che allora scaturivano lunghi e copiosi dal mio cranio ventenne. Ci riuscì. Tanto che fino a poche settimane fa, io ero così:

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Invece, adesso sono spettinata, e sono così:

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Fra il ritratto in seppia I e il ritratto in seppia II sono passati, chiaramente, circa 45 centimetri di chioma, le manine magiche di Paola**, nonché quelle di Mary, che tremavano mentre tagliavano via mezzo chilo di capelli (sospetto che un po’ le venisse da piangere).

Nel mezzo, c’è stata pure una mattinata in cui, mentre lavoravo, sono incappata in loro: un’associazione pugliese che raccoglie capelli a beneficio di pazienti oncologici, che mi ha convinta una volta per tutte a sbarazzarmi responsabilmente di quella chioma che non mi andava più di portare a spasso.

Questo perché non ho dimenticato che da grande bulbo derivano grandi responsabilità.

Speriamo quindi che anche la Cuoricina, che ai miei capelli era un po’ affezionata, approvi.

* in slang emiliano/romagnolo, il bulbo indica l’insieme della capigliatura.

** la magia di Paola, assieme a quanti lavorano con lei, oltre che nelle spiccate doti professionali, risiede nel fatto che è una persona dalla positività disarmante, emanatrice compulsiva di buone vibrazioni. Umane, oltre che parucchierali (spero che non sembri una marchetta, perché non lo è). Qui c’è il suo post, nonché la testimonianza definitiva di quanto cribbio fossero lunghi i miei capelli.

il miglior Bowie

Io David Bowie l’ho conosciuto perché piaceva a mia madre. Niente progressivo avvicinamento all’esperienza artistica, niente studio ragionato dell’evoluzione della sua poetica.
Un cazzo.
Anche perché mia madre era giovane negli anni ’70, A OSIMO, e in quel contesto lì ti diceva già bene se conoscevi uno col giradischi, altro che maturo e consapevole viaggio nel Bowieverso, tipo gli hipster dei giorni nostri (sì, dico a voi, v’ho visto che state lì a posta’ le cose oscure e sonosciutissime tipo “David Bowie rutta al telefono con Bob Geldof”, ma non ve potete gode’ Space Oddity, come tutti?).
Mia madre era innamorata perdutamente di David Bowie.
Uno di quegli innamoramenti che non c’hanno niente a che fare – again – con il maturo e consapevole approccio al Bowieverso e all’evoluzione della sua poetica. Quando io ho conosciuto David Bowie, per anni, non ho manco capito quale album venisse prima e quale venisse dopo, fra Ziggy Stardust, Aladdin Sane e Station to Station.
Sapete una cosa? MEGLIO.
Io mi sono accaparrata il Bowie migliore. Quello da innamorata pazza.
Quello che ti fa tremare le ginocchia e un po’ t’inquieta. Quello che ti fa capire d’essere donna quando lo guardi sfiorare il microfono su Christiane F.(qui, dal minuto 1.08 alminuto 1.20), quello a cui vorresti raccontare i cazzi tuoi, tipo: “Ma come si fa ad essere allo stesso tempo fighissimi e diversi da tutti, come fai tu, ché qui mi pigliano tutti in giro e mi sputano addosso, oh che agonia.”
Era quello il Bowie migliore, e noi non possiamo pensare a lui riducendoci a sciorinare tutti in fila ognuno dei suoi – indiscutibili – meriti musicali.
David Bowie era uno lasciava cadere ogni gesto a cavallo fra lo sberleffo e la poesia, e per ogni gesto intendo TUTTI, compresi i tagli di capelli.

Parigi, novembre 2015

Ciao Parigi, scusa, non ci vediamo da un po’.

Volevo chiederti: ti ricordi della mia famiglia, sì? Di mio padre, bellissimo nei suoi quattordici anni che sembravano venti, che di lavoro sistemava i cavi ai Beatles e a Jacques Brel (tanto per dire i primi due che mi vengono in mente).

Di mia zia, che è sua sorella ma gli faceva da madre, al terzultimo piano di uno dei tuoi palazzi bianchi, in quella città che li aveva raccolti, orfani e lontani da casa.

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Nella loro via ci abitavano tanti altri italiani, immigrati. Era una zona confortevole ma povera, l’arrondissement XI.

Una volta, mio padre, uscendo da un caffè, di notte, fu preso a calci da una banda di fascisti. Lo salvarono dei giganti africani armati di coltelli. Quel quartiere era tutto un guerreggiare di neri: neri di pelle, neri di cervello.

Quando ci venni da bambina, quel quartiere era ancora essenziale e dignitoso, come negli anni ’60, ma per fortuna non c’erano più le guerre dei neri.

Ti ricordi di me bambina? Di me, che democraticamente dedicavo le stessa energie e la stessa attenzione alle elettrizzanti scale mobili del centre Pompidou, alle gargolle di Notre Dame, ai volti dei faraoni egizi del Louvre, al fois-gras e alle zuppe di lumache (già).
Di me, che a cinque anni mi mettevo a letto con i piedi doloranti, al terzultimo piano di un palazzo bianco, nella prima vera Grande Città che avessi mai visto in vita mia.

Anno dopo anno, Natale dopo Pasqua e dopo cento Natali e cento Pasque, mi parve a tratti d’essere parigina pure io.

Tre volte all’anno diventavo una fanciulla diversa da quella del comune centritalico, come se il Louvre, le gargolle, i palazzi bianchi – quel palazzo bianco – costruissero una vita segreta che nessuno, all’infuori di noi, poteva capire.

Poi, un’estate, la casa al terzultimo piano fu venduta.

Piano piano il quartiere cambiò, divenne bello: meno essenziale, più ammodo, più figo.

Ma a me piacque lo stesso, molti anni più tardi, una sera che da sola passeggiai a lungo fino al portone del palazzo bianco. C’era un uomo, che fumava affacciato al balcone del terzultimo piano: ho alzato la faccia e gli ho detto che quella, un tempo, era casa mia.

Lui mi ha dato una risposta del cazzo, un po’ antipatica, ma in fondo pazienza: è pur sempre un parigino e i parigini sono così. Magari lo ero anche io, nella mia vita segreta di fanciulla.

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Camminai ancora, qualche centinaio di metri, e trovai un caffè: essenziale e poco ammodo, decisamente non figo. Mi sedetti e ordinai da bere, ci restai per qualche ora e mi sentii in pace: ti ricordi?

Vedi Parigi, io lo so che ti ricordi di me. Ti ricordi di mio padre e della mia famiglia.

Questo è il mio modo di dirti che, da ieri notte, non faccio che ricordarmi di te, di quella sera felice e solitaria in quel caffè, vicino a casa mia.

Ti penso forte,

Nicoletta

Metto in ordine

Ciao.

Stamattina m’è toccato di fare un po’ d’ordine, se no non ci giriamo più:

  • tutto è un po’ più leggibile. Meno hipster, meno suggestivo, però a questo punto delle cose, mi sembra saggio prediligere la chiarezza alla fighezza.
  • la nave spaccaghiaccio è rimasta (è la nave Fram, una robetta norvegese che ha trasportato persone dal Polo Nord al Polo Sud. Il suo inventore è un nobel per la pace, un tal Fridtjof Nansen. Un giorno parlerò di lui e della sua nave, perché se lo meritano)

Sull’altro fronte:

  • ieri, logicamente, ho linkato quel post che tanto v’è piaciuto sotto alla foto della manifestazione osimana, sulla pagina dei Sentinelly Maceratesi. Stamattina mi sono svegliata con una notifica che m’avvertiva di una loro risposta, salvo poi scoprire che di là il mio post era scomparso. Cosa avranno voluto dirmi? Non lo sapremo mai. Abbiamo però scoperto che i Sentinelly non conversano, è già qualcosa (lo sospettavo).
  • RETTIFICA DELLE NOVE MENO DIECI: hanno cancellato uno solo dei miei post, all’altro hanno risposto qui. Ma non ho capito che vogliono dire.

E poi, alla fine:

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Io, tutto questo interesse, non lo potevo nemmeno intuire.

Grazie a tutti quelli che hanno condiviso, che si sono messi a seguire questo blog, che si sono sentiti di dichiarare che le mie parole sono esattamente le parole che avrebbero voluto dire loro.

È la cosa più bella che potesse capitare alle facezie che scrivo.

Sentinelle in piedi: prove tecniche di conversazione.

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Ciao Sentinelly,

mi trovo costretta a scrivere questo post poiché uno dei caposaldi della vostra manifestazione è IL SILENZIO, quando a me – sostanzialmente – farebbe molto piacere discutere. Quindi facciamo così, io adesso mi leggo bene il volantino che pubblicizza la vostra manifestazione a Osimo (sotto il balcone di casa mia), e gli rispondo punto per punto.

Non sarà proprio come conversare, ma insomma, per adesso m’accontento.

Cominciamo dunque.

“La famiglia è troppo preziosa per restare a guardare mentre viene distrutta”

Ma voi, esattamente, cos’è che chiamate “famiglia”? Ogni famiglia ha il suo equilibrio, le sue leggi non scritte basate sull’amore, sul rispetto, sul prendersi cura l’uno dell’altro. Ogni famiglia lo fa a modo suo. Al momento, in questo paese, esistono solo – per legge – le famiglie basate sull’unione eterosessuale. Eppure, in tutta questa eterosessualità dilagante, non credo che troveremmo una famiglia uguale ad un’altra. Vedete, iniziare a dire “la mia è una famiglia e la tua no”, non è solo un atto scortese. È anche un atto molto pericoloso, perché si darebbe il via a una serie di comportamenti per cui un giorno, qualcuno potrebbe venire a casa vostra a dire: “Eh, ma la tua non è una famiglia, perché una vera famiglia deve avere la station wagon, voi invece c’avete la fiat duna.”

“Sai che in Italia a breve le unioni di persone dello stesso sesso saranno equiparate al matrimonio?”

E qui, esattamente, non capisco quale danno questo possa arrecare a voi. Se non credete nel matrimonio omosessuale, avete una sola linea di condotta possibile, e sarebbe: non sposate una persona del vostro stesso sesso. Io, per esempio, non credo nei tacchi alti, li trovo dannosi per la circolazione, la schiena, il benessere. Infatti non metto tacchi alti. Però non vado a dire alla mia vicina che non deve metterli nemmeno lei.

(Fra l’altro, per inciso: io non sono nemmeno cattolica, ma i miei piani per il futuro non prevedono il fare in modo che i matrimoni celebrati in chiesa siano dichiarati legalmente nulli)

Sai che presto nel nostro paese un bambino potrà essere cresciuto da due uomini o due donne, deliberatamente privato quindi del papà, della mamma o di entrambi?”

Ora, io non so che origini avessero le vostre famiglie, ma la mia è orgogliosamente figlia del contado marchigiano. Quell’entità dove i bambini crescevano tutti insieme, tutti democraticamente soggetti all’autorità condivisa di vergare donne, vergari uomini, zii, fratelli e cugini più grandi.

Se andiamo ancora più indietro, possiamo trovare comunità libere e felici dove i bambini vengono cresciuti da assemblee di soli uomini. E non sto parlando di Gaiolopoli: parlo di Sparta. O dell’Antica Roma. O dei monasteri benedettini.

“Sai che questo Ddl inoltre apre la strada alla pratica dell’utero in affitto che consiste nella produzione di bambini a uso e consumo dei desideri degli adulti?”

Oh, aspettate: questo è un fallo da ammonizione. L’utero in affitto (che è una pratica esecrabile laddove preveda la coercizione) non se lo sono inventato le lelle e i finocchi, eh? È un’invenzione degli eterosessuali, per lo più delle coppie sterili. Pure Phoebe di Friends ha partorito due gemelli per il fratello e la sua compagna. Nessun gay è stato coinvolto.

“Sai che nelle nostre scuole si insegna i bambini che possono sentirsi maschi o femmine indipendentemente dal proprio corpo? Lo stabilisce il Ddl Fedeli per ‘l’insegnamento dell’educazione di genere’ depositato in Senato.”

Sarebbe un po’ complicato, in questa sede, spiegarvi cosa sono e cosa non sono i Gender Studies. Ma se vi interessa, se ne parlerà in Comune, esattamente 24 ore prima della vostra manifestazione (l’evento è questo, venite!)

In parole molto povere e molto semplici, si tratta di insegnare ai bambini che non esistono “cose da maschio” e “cose da femmina”, a parte quelle strettamente legate alla fisiologia corporale.

Si tratta di lasciare libere le vostre bambine di giocare a calcio e i vostri bambini di imparare il punto croce, se lo desiderano. Vedete, io sono femmina, e da bambina adoravo i dinosauri, la qual cosa mi procurava molta più affinità con i miei compagni maschi che con le femmine. Da grande ho avuto uno sviluppo sessuale nettamente etero, e non mi sono mai domandata se fossi maschio o femmina. So di essere una femmina, però continuano a piacermi i dinosauri, a cui si sono aggiunti gli horror e i film di menare. Se quando io frequentavo le elementari, qualcuno avesse avuto il buon senso di dire “Stai tranquilla, ché i dinosauri non sono solo da maschi”, probabilmente mi sarei risparmiata anni di bullismo, perculi e isolamento. Sarei cresciuta meno sola. Non credo che sarebbe stato un male, dopotutto.

“Sai che dichiararsi contrari a questi provvedimenti potrebbe diventare reato punibile con il carcere?”

Nope. Tanto che sabato prossimo, quando scenderete in piazza a dichiararvi contrari a questi provvedimenti, nessuno verrà ad incarcerarvi. Saranno puniti, semplicemente, quei comportamenti agghiaccianti quali dare del “frogio di merda” a buffo alle persone, sarà vietato picchiare o uccidere le persone omosessuali in quanto omosessuali. Però, cari Sentinelly, mi piace considerarvi persone ammodo e ragionevoli, son quindi convinta più che mai che – Scalfarotto o non Scalfarotto – non avete la minima intenzione di insultare  i gay o di picchiarli. Giusto?

“INSIEME, resistiamo.

IN PIEDI, non ci pieghiamo.

IN SILENZIO, affermiamo che non c’è legge che può zittire le coscienze.

IN PIAZZA, testimoniamo che non c’è menzogna che possa cambiare la realtà.”

Va bene, avete deciso così. Contenti voi. Però, se cambiate idea e volete discutere – come fanno i grandi -, fatemelo sapere. Abito lì vicino, magari vi offro pure un tè. E ne parliamo.

A sabato,

Nicoletta

COME AIUTARE LA TUA FAMIGLIA E SALVARE VITE – (tradotto dal blog di Neil Gaiman)

È molto sicuro qui: siamo in Tennessee, in una piccola casa perfetta che abbiamo preso in prestito da una levatrice, partita verso ovest per il matrimonio di suo figlio. Cuciniamo, mangiamo, recuperiamo ore di sonno. Ad Amanda il tempo scade fra una settimana e il suo Istinto Materno sembra manifestarsi principalmente nel tentativo di pulire la sua casella di posta. Sta anche pulendo, lavando e piegando vestitini da neonato e asciugamani puliti. Io scrivo un sacco, godendomi la mancanza di connessione cellulare, e la mancanza di connessione internet, e portando a termine delle scritture senza distrazioni. (Ho confezionato la prima stesura di una sceneggiatura martedì, e scritto una prefazione a SANDMAN: OVERTURE venerdì). Ci siamo sentiti una coppia per molto tempo. Ora iniziamo a sentirci una famiglia.

E la sicurezza la senti molto fragile, e come qualcosa da preservare.

C’è una foto che non posterò. Probabilmente l’avete già vista: mostra Aylan Kurdi, un profugo siriano di tre anni, morto su una spiaggia in Grecia. Mi ha fatto piangere, ma so che al momento sono iper sensibile alle brutte cose che capitano ai bambini piccoli. Reagisco come se fosse un mio familiare.

Nel maggio dello scorso anno mi trovavo in un campo profughi in Giordania. Stavo parlando con una donna di 26 anni che aveva avuto degli aborti spontanei in Siria, mentre le bombe stavano iniziando a cadere. Era riuscita ad uscire dalla Siria, ma suo marito l’aveva lasciata per un’altra donna che – sperava – gli avrebbe dato dei bambini. Parlammo con donne incinte di otto mesi, che avevano appena attraversato il deserto dopo giorni di cammino, oltrepassando i corpi morti e smembrati di persone fuggite alla guerra, proprio come loro, che erano state tradite dai trafficanti che avevano promesso una via verso la libertà.

Ho acquisito una nuova riconoscenza verso quella civiltà che di solito davo per scontata. L’idea di poterti svegliare al mattino in un mondo in cui nessuno stava cercando di farti del male o ucciderti, in cui ci sarebbe stato cibo per i tuoi bambini e un posto sicuro per far nascere tuo figlio, divenne qualcosa di insolito.

Ho scritto del tempo trascorso in questo campo di profughi siriani, nel Guardian (Potete leggerlo qui: http://www.theguardian.com/world/2014/may/21/many-ways-die-syria-neil-gaiman-refugee-camp-syria e dovreste farlo, se avete tempo. Sarò ancora qui quando tornerete. E qui ci sono alcune foto del mio soggiorno lì: http://www.theguardian.com/world/gallery/2014/may/21/neil-gaiman-syria-refugees-jordan-in-pictures)

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La Giordania, la Turchia, il Libano hanno accolto, fra tutti e tre, milioni di rifugiati siriani. Persone che sono scappate, come scapperemmo io e voi, quando rimanere nei luoghi che amavano non era più possibile o sicuro.

L’Alto commissario ONU per i rifugiati ha rivolto una supplica all’Europa che dovreste leggere (e insistere che la legga anche chiunque vi rappresenti politicamente), qui: http://www.unhcr.org/55e9459f6.html

Gli unici che traggono benefici dalla mancanza di una risposta Europea sono i trafficanti e i contrabbandieri che stanno guadagnando dalla gente che dispera di trovare salvezza. È necessaria maggiore cooperazione internazionale per un severo giro di vite sui trafficanti, inclusi quelli che operano all’interno dell’Unione Europea, ma nelle maniere che permettano alle vittime di essere protette. Ma nessuno di questi sforzi sarebbe efficace senza un’apertura a maggiori opportunità per le persone di arrivare in Europa legalmente e trovare sicurezza fin dall’arrivo. Migliaia di genitori profughi stanno rischiando la vita dei propri figli su pericolose imbarcazioni di contrabbando, principalmente perché non hanno altra scelta.

L’agenzia ONU per i rifugiati ha scritto a proposito delle parole, e di come siano importanti. In questo caso, le parole “migranti” e “rifugiati”: non significano la stessa cosa, e hanno significati molto diversi in termini degli obblighi dei governi nei loro confronti http://www.unhcr.org/55df0e556.html .

Uno dei principi fondamentali sottesi al diritto internazionale, è che i rifugiati non dovrebbero essere espulsi o rispediti alle situazioni in cui la loro vita e la loro libertà si trovino minacciate […]

Spesso la politica interviene in questa disputa. Mescolare migranti e rifugiati può avere conseguenze serie per le vite e la sicurezza dei rifugiati stessi. Sfumare i due termini porta via l’attenzione delle specifiche protezioni legali di cui i rifugiati hanno bisogno. Può minare il supporto dell’opinione pubblica per i rifugiati e per l’istituzione del diritto di asilo, nel momento in cui i rifugiati hanno più che mai bisogno di questa protezione. Dobbiamo trattare tutti gli esseri umani con dignità e rispetto. Dobbiamo assicurare che i diritti umani dei migranti siano rispettati. Allo stesso tempo, dobbiamo anche fornire un’adeguata risposta legale per i rifugiati, a causa della loro difficile situazione.

Vale la pena di assicurarsi che la gente stia usando le parole giuste. Un sacco di volte non ci si rende conto che c’è una differenza fra le due cose, o che i profughi hanno dei diritti reali – quei diritti che tu vorresti per te, se fossi costretto a lasciare casa.

Molte persone hanno ripetutamente fatto domande sui modi in cui noi individui possiamo cambiare la situazione in meglio per i rifugiati: c’è un eccellente articolo sull’Independent in merito alle cose pratiche che puoi attuare per aiutare o fare la differenza: http://www.independent.co.uk/news/world/europe/5-practical-ways-you-can-help-refugees-trying-to-find-safety-in-europe-10482902.html

UNHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati, sta nutrendo e ospitando e aiutando letteralmente milioni di rifugiati nel mondo, sempre con lo scopo finale di riportarli tutti a casa sani e salvi, un giorno. I loro fondi vengono dai governi e da privati cittadini in tutto il mondo. Ma questa crisi li ha ridotti all’osso. Tu puoi aiutare.

Dona a http://rfg.ee/RN3uy​ e per favore, diffondi il link per la donazione.

Con il tuo contributo, UNCHR fornirà assistenza di questo tipo:

•Consegnare kit di salvataggio contenenti una coperta termica, un asciugamano, acqua, una barretta energetica altamente nutritiva, vestiti asciutti e scarpe, ad ogni sopravvissuto;

•Allestire centri di ricezione dove i rifugiati possono venire registrati e ricevere cure mediche essenziali;
•Fornire rifugio di emergenza temporaneo ai rifugiati più deboli;

•Aiutare i bambini che viaggiano da soli fornendo supporto e assistenza speciale.

Come ho scritto su questo blog quando sono tornato dalla visita al campo profughi: ho lasciato la Giordania con la vergogna di appartenere a una razza che tratta così male i suoi consimili, e allo stesso tempo orgoglioso di essere parte della stessa specie umana che fa del suo meglio per aiutare chi è ferito, chi ha bisogno di un riparo, di sicurezza e di dignità. Siamo tutti parte di una grande famiglia, la famiglia dell’umanità, e noi ci prendiamo cura della nostra famiglia.

(Mi piacerebbe che diffondiate questo post, e che diffondiate i link che ci sono dentro. Le persone che sanno che sono coinvolto nelle questioni dei rifugiati mi hanno chiesto con insistenza in merito a dove donare, che cosa fare e che cosa leggere; ho messo insieme tutto questo per loro, e adesso, per voi. http://rfg.ee/RN3uy​ è il link per le donazioni).

[Il post originale si trova qui.]

NOTONA DEL TRADUTTORE:

Ho tradotto questo post perché è stato scritto – bene – e postato con preghiera di massima diffusione, e perché risponde – molto bene – alla domanda “Sì, ma io che posso fare?”, domanda che vi sarete posti anche voi se fate parte della schiera dell’Umanità maiuscola, che davanti alla foto di un bambino morto non si è limitata a piagnucolare (o a polemizzare).

Neil Gaiman ha postato questo contributo alle tre del pomeriggio del Tennessee, il che vuol dire che io l’ho letto – pubblicato sulla pagina facebook di sua moglie Amanda Palmer- ieri mattina.

Non ho ricevuto risposta dai canali di contatto ufficiali che si trovano sul blog di Neil.

Ma quando ho scritto ad Amanda, proponendole la mia traduzione, e lei mi ha risposto “Please do.”

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Quindi direi che mi sento a posto così.

(ovviamente: se detenete un qualsivoglia potere redazionale in una qualsiasi testata nazionale e volete pubblicare l’articolo tradotto, prendete e attingete. Non serve chiedere, ma metteteci il mio nome, magari, che è “Nicoletta Franchini”.)

http://rfg.ee/RN3uy​ è il link per le donazioni).

Articolo originale su: http://journal.neilgaiman.com/2015/09/how-to-help-your-family-and-Nesave-lives.

Neil Gaiman: ”È chiaro che sono incazzato con Amazon”

Il romanziere, autore per l’infanzia e portavoce ufficioso dell’industria letteraria, parla del futuro della cultura dei libri.

DANIEL D’ADDARIO

Neil Gaiman, una sorta di portavoce ufficioso degli scrittori, non sa esattamente da che parte stare sulla diatriba concernente Amazon.

Il romanziere (“L’oceano in fondo al sentiero”) e leggenda della graphic-novel (“Sandman”) ha un nuovo libro per bambini, “Il primo giorno di scuola di Chu”, in uscita per il 24 giugno. Il seguito di “La giornata di Chu”, racconta la storia di un candido cucciolo di panda i cui potenti starnuti turbano quelli che gli stanno intorno.

In merito alla controversia in corso fra Amazon e Hachette – l’editore di sua moglie, la musicista Amanda Palmer – Gaiman è combattuto. “Sono un bizzarro miscuglio di pensieri, in questo momento,” dice, rilevando l’ambigua copertura informativa disponibile: “Ogni volta che tento davvero di leggere roba a sufficienza da poter capire cosa sta accadendo, mi imbatto in in sacco di ‘Non possiamo dire nulla, ma lui dice che’, e ‘Non possiamo dire nulla, ma lei dice che”.

Tuttavia, nell’ipotizzare l’esistenza di una cultura del libro, anche nel futuro, Gaiman – che ora scrive per l’infanzia- è in prima linea.

Come sei finito a scrivere questi libri per ragazzi?

È piuttosto strano, perché il primo “Chu” inizia mentre mi trovavo in Cina. Stavo parlando con il mio editore cinese, e gli ho detto, “Ragazzi, c’è una cosa che davvero non capisco. Tutti i miei libri da adulti sono disponibili – tradotti – in Cina. Sono un autore molto famoso, in Cina. Ho vinto tutti questi premi, qui da voi, sono stato eletto “Autore straniero dell’anno” per due volte” – tutto ciò è fichissimo. “Eppure, i miei libri illustrati per bambini… si trovano solo a Taiwan e Hong Kong, non sono disponibili sulla Cina continentale. Spiegatemi perché.”

E lui rispose: “Molto semplice. I tuoi libri per bambini non sono pubblicati su suolo cinese, perché fanno vedere dei bambini più svegli dei loro genitori. Mostrano una mancanza di rispetto nei confronti dei genitori – che sono le persone più sagge e importanti nel loro nucleo familiare. Mostrano una mancanza di rispetto per l’autorità. E nei tuoi libri, Neil, i bambini commettono cose terribili e la fanno franca. Per questo non possiamo pubblicarli in Cina.”

A quel punto era una bizzarra, furibonda questione d’onore, per me, cercare di scrivere un libro per bambini che potesse venire pubblicato in Cina, che magari non mostrasse il rispetto dovuto alla saggezza dei propri parenti anziani, e nel quale, forse, un bambino commetteva qualcosa di assolutamente terribile e la faceva franca.

E appena ho cominciato a pensarci su, tutto questo si trasformò molto semplicemente nella storia di un cucciolo di panda che starnutisce..

Stai scrivendo per i più piccoli. Senti addosso la pressione a dover introdurre una sorta di morale, o lezione, o ricerchi soltanto divertimento puro per i tuoi lettori?

In questi due libri – per me – esiste un insegnamento sottilmente celato. E, molto, molto semplicemente, è quello che tu, anche se sei un bambino molto, molto piccolo, puoi  far accadere cose grandi, puoi scatenare effetti giganteschi. È una grande cosa dire ai bimbi, ai ragazzini, che sono in grado di fare cose grandi, di pensare in grande. E un’altra cosa che amo particolarmente, è la quantità di devastazione che Chu riesce a causare quando starnutisce.

So che nessuno ti dice di andare a leggere le tue recensioni su Amazon, perché è lì che si annida la follia. Ma quando “Chu” uscì, ero furioso, e ricordo la mia mascella che cadeva lentamente davanti ad una recensione che diceva: “Sono un grande fan dei romanzi del signor Gaiman”, era un americano, o qualcosa del genere, e continuava “ma ho ordinato “La giornata di Chu” e devo dire che è davvero sottile”.

Stiamo parlando di un libro destinato ad una così giovane generazione di lettori, che potremmo dire che in effetti è per i futuri lettori. Tu, che come portavoce degli autori sei sempre stato piuttosto esplicito – credi che ci sarà una cultura del libro, in futuro?

Di certo sento che è mia responsabilità impegnarmi a crearla. E mi preoccupo un po’, perché i ragazzi adorano gli iPad e i tablet. Davvero. Sono luccicanti, divertenti, si muovono, hanno campanelli e fischietti – spesso letteralmente – tanto da far dimenticare la gioia di un libro.

Al tempo stesso, sono appena tornato a casa dopo aver vagabondato per tre settimane. Sono stato in Giordania, nel campo dei profughi siriani, sono stato alle Nazioni Unite, sono stato a firmare libri in Norvegia e in Svezia e in Spagna. Sono tornato a casa, e ad aspettarmi c’era la copia rilegata in cartone di “La giornata di Chu”, che era appena uscita a beneficio dei bambini molto piccoli. E non credo di essere stato mai più fiero di così, mentre tenevo questa grande cosa di cartone, dove le pagine sono grosse e spesse e tu sai bene che le pagine saranno masticate e ciucciate.

E la mente torna indietro di 52 anni, nel mio caso, e ti ricordi qual era il gusto nel masticare un libro cartonato. Io ne ho fatto uno. Finalmente sono un vero autore.

La relazione tattile con i libri materiali è uno degli argomenti contro gli ebook. Alla luce delle strategie che Amazon attua contro gli editori, Hachette in maniera considerevole, i tuoi sentimenti verso Amazon sono cambiati negli ultimi mesi?

Sono un bizzarro assortimento di sentimenti, ora come ora, perché da un lato è chiaro che sono incazzato con Amazon. Sono un autore Hachette, in Gran Bretagna, mia moglie è un’autrice Hachette, adesso, e sono conscio del fatto che Hachette sarà una delle prime case editrici con cui si terranno le negoziazioni, e che il turno di HarperCollins [l’editore statunitense di Gaiman] non si presenterà prima di sei mesi o qualcosa del genere. D’altro canto, sono altrettanto consapevole che in questo momento stiamo assistendo ad una transazione di enorme, immane portata fra enormi società, entrambe vincolate alla segretezza, e ogni volta che tento davvero di leggere roba a sufficienza da poter capire cosa sta accadendo, mi imbatto in in sacco di ‘Non possiamo dire nulla, ma lui dice che’, e ‘Non possiamo dire nulla, ma lei dice che”.

C’è una cosa che avevo letto ieri, in cui qualcuno, mi pare di Amazon, in via confidenziale, avrebbe spiegato che tutta questa faccenda della consegna con tre-cinque settimane [di ritardo] dei libri Hachette, sia da imputarsi al fatto che da Hachette si sono messi a fare il gioco duro, e non stanno consegnando i libri ad Amazon. Sarà vero? Non lo so. Non ne ho idea.

Naturalmente, è problematico il fatto che Amazon possieda, a occhio e croce, dal 30 al 40 per cento del mercato editoriale.  Il che non è una buona cosa. Il punto sul quale, penso che mi infiammerei, è l’eventualità che Amazon possa ripetere il teatrino che mise in piedi, credo qualche anno fa,  con la casa editrice Macmillan – quando sostanzialmente disse che non avrebbero venduto i loro libri. In quel caso, stava facendo la stessa cosa che Barnes and Noble fece a me un paio di anni fa, quando – argomentando con il fatto che stavano avendo, di nuovo, una di queste diatribe corporative con la DC Comics – disse: “Bene, gli albi di Sandman non sono in vendita, non potrete più comperarli da Barnes and Noble.” E io ero infuriato.

Che cosa vorresti veder succedere nel mondo dell’editoria, nel corso dei prossimi anni?

Mi piacerebbe davvero vedere prosperare più librerie indipendenti. Credo che una delle ragioni per cui sono stato molto a lungo, se non pro-Amazon, per lo meno pro-qualcosa-che-somigliasse-ad-Amazon, [è che] mi ricordo con molto, molto timore di quando ho acquistato il mio primo libro online, da Powells.com – che esiste ancora e che raccomando caldamente, lì sono meravigliosi. Comprare da Powells.com mi rendeva nervoso, perché per molti anni sono vissuto nel bel mezzo dell’America. E dovevo guidare cento miglia per arrivare in un negozio di libri, a una città dove ci fosse un Barnes and Noble, una città con una vera libreria. All’epoca esisteva a malapena un piccolo negozio vicino a dove abitavo, che si chiamava Libri e Altro, e mi rendeva piuttosto eccitato.

E “altro” per che cosa stava?

Ho scoperto che si trattava di libri di seconda mano e accessori per acquari. Adesso, ogni volta che vedo scritto “e altro”, presumo sempre che si tratti di accessori per acquari. Comunque, in quel frangente, ho sentito davvero quanto ci fosse bisogno di librerie. Abbiamo bisogno di librerie indipendenti. Anche se capisco del tutto qualsiasi persona che si affidi ai portali di vendite online, perché se ti siedi a consultare una mappa gigante dell’America, che è un posto molto grande per la maggior parte delle persone, potrai vedere che c’è da fare molta, molta strada per arrivare ad una libreria. Ma credo che niente di tutto questo possa competere davvero con l’esperienza di entrare fisicamente dentro una libreria indipendente.

Quando lo faccio, sono solito guardarmi intorno e dire Questo posto è curato in maniera assolutamente geniale, e wow, hanno questo, e io nemmeno sapevo che fosse uscito, mi piace il loro gusto, e è allora che esci da lì con della roba acquistata. Al contrario, nei negozi delle grandi catene editoriali in cui solitamente entro, mi sento molto depresso, e inizio a sperare semplicemente che le persone smettano di scrivere libri.

Se potessi dire una sola cosa, a Jeff Bezos, il capo di Amazon, quale sarebbe?

Credo che sarebbe tutto più complicato di una semplice cosa. Ma in questo caso, credo che gli ricorderei che Amazon è nato come un negozio online di libri. E è poi divenuto negozio online di qualsiasi cosa.  E ora è il più grande negozio di qualsiasi cosa che c’è al mondo. Non sono sicuro che sia così, ma presumo che se Amazon smettesse di vendere libri domani, alla fine non sarebbe un gran danno per loro.

Ma gli farei presente che i libri sono speciali, i libri sono la maniera attraverso la quale parliamo alle generazioni che non sono ancora comparse. Il fatto è che possiamo davvero, profondamente comunicare con le persone dell’antico Egitto, con quelle dell’antica Roma o della Grecia, quelle dell’antica Britannia o con le persone della New York degli anni ’20, e queste persone possono comunicare con noi e modificare la nostra maniera di pensare, le cose in cui crediamo.

Credo che i libri siano speciali. I libri sono sacri. E penso che nel momento in cui tu stai vendendo dei libri, devi tenere a mente che in mezzo a tutti i profitti e le spese, in tutto ciò, stai percorrendo un terreno consacrato. E di nuovo, tutto è reso complesso dal fatto che si ha a che fare con gigantesche società multimiliardarie.

Quando ero un giovane autore, amavo la velocità con cui le cose stavano cambiando, e [adesso] detesto la velocità con cui le cose stanno cambiando. Quando ero un giovane giornalista, recensivo libri e questo significava avere in mano tutti i diversi cataloghi di tutti i diversi editori nel Regno Unito, e la maggior parte degli editori del Regno Unito erano realtà piccole, che stavano pubblicando da 50, 80, 150 o 200 anni, e a volte avevano sede nello stesso edificio in cui erano sempre state.  A volte la famiglia che le gestiva era la stessa il cui nome era impresso sulla copertina.

Come Allen & Unwin, che pubblicavano Tolkien mentre la famiglia Unwin era ancora in affari. Dopodiché, intorno la fine degli anni ’80, tutti questi editori sono stati fagocitati da altri editori e hanno smesso di esistere. Tutte queste piccole case editrici avevano il loro piccolo edificio da cui uscivano le loro pubblicazioni, e il loro catalogo, di tanto in tanto ha subito dei colpi.

In questo modo è cambiata la natura stessa dell’editoria. Adesso stiamo assistendo al capitalismo in azione, e non è divertente.

Non si possono biasimare i giovani autori per sentirsi demoralizzati. C’è qualcosa che vorresti dire ad un autore emergente o alle persone che iniziano la loro carriera letteraria proprio adesso?

Ora come ora io non mi sentirei scoraggiato. Mi sentirei enormemente incoraggiato, perché a questo punto della storia, nessuno, nemmeno Jeff Bezos, ha la minima idea di quel che accadrà, di come la situazione si assesterà, o di come le cose saranno fra cinque anni. Non sappiamo che cosa accadrà all’editoria, non conosciamo l’impatto che gli e-book avranno sul lungo termine, né quali saranno le conseguenze finora impensate della tecnologia. Non sappiamo come i Kindle e gli smartphone stanno modificando le capacità di lettura delle persone. E non sappiamo nemmeno ancora come la possibilità di raggiungere ogni persona al mondo andrà a cambiare i nostri scrittori.

È un momento fantastico per essere un autore emergente. Questo perché puoi fare, puoi provare cose che i vecchi babbioni come me nemmeno immaginano.

Non me ne uscirò fuori con una cosa tipo, OK, adesso faccio una app che vi manderà pezzi di un romanzo ogni giorno, ma tu devi superare delle piccole prove per ottenerli, o qualcosa del genere. Non sono bravo a pensare così.

Ho 53 anni adesso. Mi piacerebbe molto che per quando ne avrò 65, il panorama editoriale fosse completamente irriconoscibile. Sto apprezzando l’idea che parte delle conseguenze inaspettate di aggeggi come Kindle o Nook, riguarderà il fatto che i libri diventeranno più belli.

Non tutti, ma molti di essi. Entrerai in una libreria e ne troverai uno con le linguette alla francese, un altro con le pagine frastagliate. Ho dato un’occhiata all’edizione spagnola e a quella svedese del mio romanzo “L’oceano in fondo al sentiero”, ed erano entrambe meravigliose. Delle persone ci hanno messo dentro delle idee. Quel che sta succedendo adesso è la separazione fra l’oggetto e il contenuto. Quindi se vuoi dare alle persone una ragione per comperare l’oggetto, un buon motivo è la sua bellezza.

[…]

Un ribaltamento inaspettatamente piacevole.

Questo è più o meno come mi sento in merito all’intera faccenda Amazon-contro-editori, che si sta consumando in questo momento. Credo che sia terribilmente dannosa per i diritti degli autori, adesso? Sì, assolutamente. Credo che possa assestarsi in un modo interessante? Sì, assolutamente.

Credo che il dipartimento di Giustizia abbia commesso un errore perseguendo i “Big Five” per il suo sistema di prezzaggio, nel momento in cui avevano deciso di affidarsi a un modello non-agency? Sì, lo credo.

Quel che ci sta capitando qui è una naturale reazione del mercato a come viene gestito un monopolio, cosa che Amazon, in effetti, è.

[…]

(l’articolo originale)

Lady Selvaggia nell’insidiosa foresta dei disturbi alimentari.

Con la competenza e la serietà che la contraddistinguono, la giornalista Selvaggia Lucarelli si addentra nella spinosa questione dell’immagine pubblica della blogger Chiara Biasi, veicolata dalle immagini di un corpo che ai più sembra troppo magro, tanto da far evocare ad alcuni lo spettro lacerante dei disturbi alimentari.

Per la precisione, ella si addentra così:

SL: Ciao, sei anoressica?

CB: AHAHAHAHAHA NO!

SL: Sicura? No, perché non sei solo magra, ma proprio molto magra

(regaz, ve lo giuro, le dice davvero così)

CB: Eh, ma è lo stesso, non sono anoressica!

SL: Ah. Ok.

Fine.

Chiara Biasi non è anoressica, gliel’ha chiesto la Lucarelli e ha detto di no!

Che, sei anoressico te? No? E allora lo vedi? Basta chiedere!

Scemi voi, che fate le terapie di gruppo, le terapie individuali, che vomitate piangendo al cesso, che vi fate schifo schifo in modo assurdo.

Stupidissimi tutti quelli che da anni, cercano di bilanciare l’onnipresenza di un modello di bellezza femminile malsano ed irreale con un lavoro di informazione capillare.

Ma sopratutto: sfigati, troppo sfigati, quelli che erano anoressici negli anni ’90, quando il giornalismo d’assalto di Selvaggia Lucarelli era ancora di là da venire, e con esso il nuovo, strabiliante metodo che azzera i comportamenti alimentari dannosi, cioè chiedere alle anoressiche se sono anoressiche e sentirsi rispondere di no.

Ora scusate, ma scappo al reparto lunga degenza dell’ospedale, voglio andare dai malati terminali e chiedere:

“Scusa, ma stai a mori’?”

Visto mai che il metodo Selvaggia funziona anche con loro.

Postilla: allego qui sotto il sublime intervento dell’utente Agata, che chiarisce – per chi ancora non avesse capito – la stupidità dannosa ed esasperante che trasuda dall’intervista (dall’intervistatrice e dall’intervistata, a parimerito).

agata

L’occasione che perdiamo quando parliamo di di matrimonio (gay).

Sono a favore del matrimonio fra persone dello stesso sesso e all’adozione di figli da parte di coppie gay (sì, delle coppie, non di uno solo dei genitori, come vorrebbe il ddl Cirinnà).

Questo perché – in linea di massima – sono favorevole a qualunque cosa si consumi fra adulti consenzienti che non rechi danno a terze parti . (Quindi sì, in linea teorica mi va bene pure la poligamia). Si chiama libertà civile.

Detto questo – e che resti ben chiaro a tutti i miei tre lettori, in tutto il corso della lettura di questo post – vorrei palesare un mio grande desiderio: che si sancisca una volta per tutte la legittimità delle unioni e dei matrimoni omosessuali anche in Italia, si faccia finalmente un passo avanti e non se ne parli più.

Ma davvero. Mai più.

Perché quello di cui dovremmo discutere, adesso, e che non si è mai discusso neppure timidamente, è se sia eticamente legittimo continuare a mantenere il modello della coppia che procrea (naturalmente, legalmente o clinicamente) come unico possibile fondamento della famiglia. 

Ve lo rispiego: se pure fosse possibile, in Italia, il matrimonio fra coppie dello stesso sesso, questo non costituirebbe una rivoluzione della famiglia tradizionale. Sarebbe, se mai, una “tradizionalizzazione” dell’omosessualità, un’inquadratura di quanto è sempre stato considerato “diverso” all’interno di schemi rassicuranti e comprensibili a tutti, quelli – appunto – della famiglia tradizionale, dove Persona 1 ama Persona 2, Persona 1 e Persona 2 si sposano, Persona 1 e Persona 2 fanno (o adottano) uno o più figli, che prenderanno il cognome di una o entrambe le Persone.

Fine del matrimonio. Fine della famiglia. Nel senso che la famiglia non è e non è mai stata niente più di questo: una coppia che fa sesso e innesca una discendenza (sì, certo, poi ci sono l’Amore, l’Educazione, la Condivisione, eccetera).

Credo che a questo punto, almeno quattro dei miei cinque lettori si staranno domandando se non sia diventata completamente matta (e il quinto lettore, probabilmente, è il mio amico Marco, che sa di cosa parlo e ne parla con me da un bel po’), o per lo meno si staranno chiedendo: ma scusa, cos’altro dovrebbe essere una famiglia, secondo te?

Io provo a spiegarvelo con parole mie, e si sa che le mie parole si spiegano meglio quando si infilano in un racconto. Eccovi il racconto, e adesso state attenti, perché è la parte a cui tengo di più.

C’è una ragazza, una donna, in realtà, che non è mai stata moglie. È intelligente e divertente, è alta, magra, con una risata fragorosa, l’amore per i viaggi e i libri. Non è mai stata moglie, né sorella (non di sangue almeno). È stata viaggiatrice, è stata lettrice, è stata fidanzata, è stata amica, è stata zia, per me e per una banda di bimbi che pure non erano figli di fratelli, sorelle, cugini. Ma fidatevi: in poche avrebbero potuto essere zia meglio di lei.

In ultimo, purtroppo, è stata malata, e mentre lo era, per fortuna, è stata anche accudita, assistita, nutrita da quella banda di amiche (madri della banda di nipoti) che non l’hanno mai lasciata sola, che un giorno dopo l’altro le sono rimaste accanto, a salutare un pezzo della loro vita che se ne andava, inesorabile.

È stata parte di una famiglia che l’ha amata – e lo fa tuttora – e che la ricorda ogni giorno.

Una famiglia che però, per lo Stato – qualsiasi stato in Europa, non esisterebbe. Perché, in mezzo a tutte le cose che hanno legato lei e la sua famiglia (condivisione, crescita, dolore, gioie, risate, confidenze, divertimento, affetto durati cinquant’anni), latita una coppia di progenitori comuni che hanno trombato e figliato. Quindi NO, mi dispiace, non se ne fa nulla, con tutto il bene che le vogliamo, noi contiamo meno di quel cugino che lei vedeva una volta all’anno e che un giorno le ha delicatamente fatto presente che lei sarebbe morta prima di lui (già).

Perché indovinate cosa ha lui che a noi manca? Esatto: una coppia trombante in comune con lei.

Il mio racconto è concluso, adesso dovremmo parlare. Ma davvero.

Perché, per quanto non mi aspetti che questo allargamento si possa ragionevolmente e concretamente realizzare nell’arco di tempo di una vita (la mia), mi piacerebbe però che si iniziasse quanto meno a discutere di questo: è davvero etico porre come unica condizione possibile e necessaria alla formazione di una famiglia, l’esistenza di una coppia che tromba, ha trombato, tromberà, dovrebbe trombare? Sul serio non stiamo nemmeno provando a ripensare l’amore, la condivisione, la coesistenza e i tipi di famiglia ad essi legati? E sopratutto: ci siamo già dimenticati che la famiglia – così come la concepiamo adesso – è un’invenzione borghese, che non è sempre stata l’unico modello possibile di nucleo fondativo di una società civile?

 

Postilla: prima di metterci le mani nei capelli brancolando nel buio, vorrei ricordare a tutti noi che un primo passo intelligente che ci aiuti a ripensare il concetto di “famiglia tradizionale”, sarebbe riconoscere ai single la possibilità di adottare.

Annelies e io

AnnaAlle medie mi prendevano in giro perché somigliavo ad Anna Frank. Alle medie, in realtà, mi prendevano in giro per tutto, ma la combinazione somatica di nasone e grandi occhi scavati – nonché l’assonanza cognominale – avevano fornito ai bulli un nuovo pretesto canzonatorio: allora via con farneticanti premonizioni su un mio prossimo futuro di salma arrostita (in realtà nessuno ha incenerito Anna Frank, è morta di tifo esantematico, ma pretendere dai bulli la verifica delle fonti sarebbe davvero troppo).

L’anno prima mi chiamavano “mummia” ed io, con l’inquieta ostinazione che mi contraddistingue, avevo dribblato il malessere con questo sillogismo: “mummia = Antico Egitto = archeologia = INDIANA JONES, dai alla fine è figo”.

Tentai di fare lo stesso con quest’olandese sconosciuta, e nella solitudine dei miei pensieri le dicevo: “Forse è vero, cara Anna, che in faccia ti somiglio, allora facciamo che tu adesso mi fornisci una serie di ottime ragioni per esserne felice”. Subito lessi il suo diario, e lì trovai la prima, la più lampante delle succitate ottime ragioni: scriveva meravigliosamente, meglio di qualunque altro dei miei coetanei, e ovviamente anche meglio di me – che pure me la cavavo.

L’altra ottima ragione è che Anna-la-vittima si barcamenava fra le vessazioni dei nazisti, ovvero l’incarnazione più coriacea che esista del bullo , insomma, cosa vuoi che sia una classe di teste di cazzo di seconda media, al confronto?

Per un po’ le ottime ragioni si sono adagiate lì, anzi, a dirla tutta, c’era quella frase sull’intima bontà dell’uomo che rendeva tutto un po’ più cupo, perché il fatto che lei affidasse le sue speranze a quella brigata di stronzi che è il genere umano, mi sembrava una resa (“Anna, ma non lo vedi? Ti hanno sequestrato la bicicletta, ti costringono a vivere in uno sgabuzzino respirando in silenzio, perché non sei furiosa?”).

Chissà se mi sbagliavo, credo di sì, questo perché adesso ho ritrovato con chiarezza l’altro capo della vicenda.

È la voce di Anna, le sue parole ostinate e pazienti, sopravvissute alle vessazioni della storia, alla morte, all’intima atrocità dell’uomo, ai bulli che l’hanno ammazzata e ai bulli che le hanno dato della bugiarda: e questo è quanto di più bello possa accadere alla voce di una scrittrice.

La vicenda di cui parlo è quella in cui mi prendono in giro alle medie perché somiglio a Anna Frank, e è la stessa in cui decido che tanto vale lasciarsi ispirare da lei, e che finisce con me che dico: “per fortuna”.

Buon ventisette gennaio Anna,

la tua Nico.